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Azienda Agricola Agrirape

Non è il titolo di un film, anche se ha avuto a che fare con la notte degli Oscar 2014, ma il modo giusto per definire l’Azienda Agricola Agrirape.
Angelo Manna, l’attuale titolare, definisce questa realtà come una “piccola Azienda Agricola” nonostante ci siano stati numerosi cambiamenti negli ultimi 20 anni. Inizialmente nata per la produzione e commercializzazione dei legumi del territorio, nel corso del tempo ha avuto modo di ampliare la gamma di prodotti offerti: si spazia dalla frutta e verdura al confezionamento di succhi e marmellate. Il tutto rispettando le usanze e i metodi tipici del territorio.

Cosa ha di particolare da offrire il territorio in cui vi trovate?

“Il territorio, sito sulle colline ennesi, si presenta molto ricco di varietà autoctone dell’entroterra della Sicilia Orientale e quindi per questo motivo non produciamo legumi che si possono trovare anche in altre zone d’Italia. Per quanto riguarda i legumi abbiamo la fava di Longone e la lenticchia nera delle colline ennesi. Anche per la frutta vale lo stesso discorso: coltiviamo pesche, fichi d’India e alcune varietà di albicocca.”

 

Partiamo dalle origini, cioè dalla fava di Longone e della lenticchia nera. Perché avete selezionato proprio queste due varietà?

La fava è di pezzatura molto grande e vanta di una lunga tradizione di coltivazione nel territorio. Viene seminata insieme al frumento e poiché sfrutta molto il terreno, impoverendolo dei suoi minerali viene messo in rotazione con altre leguminose. E’ un legume molto versatile in cucina questo perché in passato è stato ampiamente sfruttato, consumato molto spesso dai contadini; per evitare piatti che il gusto diventasse ripetitivo veniva accostato a diverse materie prime e combinato con preparazioni diverse. La più tipica è sicuramente il macco di fave: un purè di fave preparato con fave decorticate e sbucciate, utilizzato come condimento dei primi o come contorno. Con le fave intere invece si possono creare molte ricette diverse, ma sono gustose anche solo bollite.
La lenticchia nera è di fatto un legume a rischio estinzione. Noi siamo stati i primi a recuperarla, perché ci teniamo alla salvaguardia della biodiversità locale. Non ha bisogno di ammollo precedente alla cottura e sorprende con utilizzi interessanti (anche se non tradizionali) in piatti a base di pesce per via della giusta sapidità e retrogusto terroso che si presta bene.”

 

Dal momento che siete molto legati alla riscoperta delle varietà autoctone avete anche mantenuto metodi di coltivazione tradizionali?

“Sì, la lenticchia viene passata al setaccio attraverso il quale si eliminano i corpi estranei (terra, sassolini, rametti) ed è fatto a mano per controllare meglio. Per la fava il setacciamento avviene invece per dividere in grandezze i semi. Le piccole sono destinate al consumo da parte di animali, come mangimi e altre preparazioni zootecniche. Solo quelle di dimensioni superiori sono destinate al consumo umano.
Ma ciò che è più tipico è la coltivazione della pesca: sicuramente è il prodotto al quale siamo più legati. Si tratta di una cultivar tipica del territorio ennese, dal profumo unico, il cui raccolto è definito tardivo perché avviene tra settembre e ottobre. Si differenzia per la coltivazione in sacchetti di carta. Circa 4 mesi prima del raccolto (quindi nel mese di giugno) le pesche vengono coperte con sacchetti di carta. E’ una tecnica antica utilizzata per evitare il trattamento con i pesticidi contro la mosca della frutta. Il sacchetto viene fissato con fil di ferro. Ovviamente questo presenta degli svantaggi: occorre che chi si occupa dell’insacchettamento sia esperto della tecnica e comunque richiede un tempo prolungato insacchettare ogni singola pesca. Tuttavia in questo modo è possibile sfruttare anche la buccia nelle confetture che conferisce un profumo e aroma unici alla marmellata. E in più si valorizzano gli scarti industriali.

C’è un episodio durante i suoi anni di attività che ricorda con piacere?

“Sì, ed è legato alla lenticchia nera. Essendo un legume definito scomparso nel 2000, fu difficilissimo da trovare. All’inizio a noi serviva la semente madre, quindi effettuammo una ricerca per tutta la zona. Riuscimmo a trovarla presso un anziano signore di Enna che aveva gli ultimi 800g che coltivava per uso personale. E’ da quella manciata che è partita la semina.
Esattamente come accade nelle fiabe di una volta…

Francesca Tacconi

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