Etichette e denominazione: novità e vecchie glorie.

Etichette e denominazioni: novità e vecchie glorie

Forse può essere sfuggita ai più, ma chi è immerso nel mondo food sa bene che dal 1° aprile sono cambiate le carte in tavola dell’etichettatura. 

Inutile dirlo, in questi giorni di emergenza sanitaria si è diventati originali a parlare del tempo. Chiedo scusa per il sarcasmo, è solo per sdrammatizzare un po’ i momenti di tensione e introdurre l’argomento.

Dal 1° aprile sono cambiate le carte in tavola dell’etichettatura. No, non è stato uno scherzo per la ricorrenza del “Pesce d’Aprile”.

La direttiva europea in questione, ora percepita in Italia con il Decreto Ministeriale del 7 febbraio 2018 in materia di indicazione di origine, prevede l’introduzione dell’obbligo di indicare in etichetta la provenienza dell’ingrediente primario se non coincide con l’origine del prodotto – o con il Paese dove è avvenuta l’ultima trasformazione, se questi vengono esplicitati attraverso parole, simboli o disegni.

Faccio un esempio. Un barattolo di pelati che riporta la bandiera italiana o un logo della Penisola, ma è fatta con pomodori provenienti dal Marocco, dovrà necessariamente specificare l’origine di questi ultimi. E fin qui, tutto trasparente.

Ma ogni legge ha i suoi casi eccezionali e anche questa presenta delle deroghe. Per capire bene di cosa si tratta faccio una piccola premessa perché dovrò snocciolare sigle e termini tecnici.

Capiamo bene innanzitutto i termini DOC, DOP, IGP e STG. Sono sulla bocca di tutti, ma molti ignorano il significato.

 

Il marchio DOC.

 

La denominazione DOC

DOC è l’acronimo “Denominazione di Origine Controllata”. Non è un vero e proprio marchio poiché comune ad una grossa varietà di prodotti, è ampiamente usato in enologia e certifica la zona di origine e delimitata delle uve utilizzate per la produzione del prodotto sul quale è apposto il marchio.

Esso viene utilizzato per designare un prodotto di qualità e rinomato, le cui caratteristiche sono connesse all’ambiente naturale ed ai fattori umani e rispettano uno specifico disciplinare di produzione approvato con decreto ministeriale. Un prodotto per poter rivendicare il marchio DOC deve essere sottoposto a delle analisi chimico-fisiche e un esame organolettico che certifichi il rispetto dei requisiti previsti; il mancato rispetto dei requisiti ne impedisce la messa in commercio con la dicitura DOC.

Questo marchio è stato pensato in Italia negli anni ’50 e istituito con il decreto-legge del 12 luglio 1963, ma dal 2010 la classificazione DOC è stata ricompresa nella categoria comunitaria DOP.
E qui possiamo fare la prima riflessione: un Frascati DOP può essere fatto sia con uve coltivate nel Lazio, sia con uve di tutt’altra zona, l’importante è che soddisfi i requisiti imposti.

 

Il marchio DOP.

 

DOP: significato e requisiti

DOP significa “Denominazione di Origine Protetta” è un marchio di tutela giuridica della denominazione che viene attribuito dall’Unione europea agli alimenti le cui peculiari caratteristiche qualitative dipendono essenzialmente o esclusivamente dal territorio in cui sono stati prodotti. Questo marchio è regolamentato dal regolamento UE n. 510/2006.

Non solo vengono tenuti conto dei parametri chimici o organolettici, ma vengono valutati anche i fattori geografici e i fattori “sociali” – oserei dire “umani” – che concorrono alla riuscita del prodotto come ad esempio tecniche di produzione tramandate nel tempo, artigianalità, savoir-faire. Garanzie che rendono il prodotto inimitabile in altre zone nel mondo.

Affinché un prodotto sia DOP, le fasi di produzione, trasformazione ed elaborazione devono avvenire in un’area geografica delimitata. Chi fa prodotti DOP deve attenersi alle rigide regole produttive stabilite nel disciplinare di produzione. Il rispetto di tali regole è garantito da uno specifico organismo di controllo.

Per ottenere il marchio l’organizzazione (in termini giuridici associazione) che tratta il prodotto in questione deve presentare domanda di registrazione allo Stato che a sua volta comunicherà la decisione documentata alla Commissione Europea.
Ci troviamo quindi davanti a un marchio che lascia poco spazio all’interpretazione.

 

Il marchio IGP.

 

Il marchio IGP

Indicazione Geografica Protetta” indica un marchio di origine che viene attribuito dall’Unione Europea a quei prodotti agricoli e alimentari per i quali una determinata qualità, la reputazione o un’altra caratteristica dipende dall’origine geografica, e la cui produzione – inclusa trasformazione ed elaborazione – avviene in un’area geografica determinata.

Per ottenere la IGP quindi, almeno una fase del processo produttivo deve avvenire in una particolare area. Chi produce IGP deve attenersi alle rigide regole produttive stabilite nel disciplinare di produzione, e il rispetto di tali regole è garantito da uno specifico organismo di controllo.

Si differenzia dalla DOP, quindi, per il suo essere generalmente un’etichetta più permissiva sulla sola provenienza delle materie prime (che possono essere sia di origine nazionale che di origine comunitaria o talvolta anche extra-comunitaria), in quanto tutela le ricette e alcuni processi produttivi caratterizzanti tipici del luogo, ma non per forza l’origine del prodotto nel suo intero complesso, se non quello della produzione finale.

Ciò può essere concesso perché una produzione di materie prime a livello locale o nazionale destinata a tale scopo potrebbe non essere sufficiente per soddisfare la richiesta del prodotto a livello globale, o perché alcuni ingredienti di origine estera vengono considerati più idonei per loro specifiche caratteristiche organolettiche che hanno un ruolo determinante nella riuscita finale del prodotto.

 

Il marchio STG.

 

La sigla STG

Specialità Tradizionale Garantita” è un marchio di origine introdotto dalla Unione europea volto a tutelare produzioni specifiche che siano caratterizzate da composizioni o metodi di produzione tradizionali. Si rivolge a prodotti agricoli e alimentari che abbiano una produzione o composizione “specifica” – cioè differente da altri prodotti simili – e “tradizionale” cioè esistente da almeno vent’anni, anche se non vengono prodotti necessariamente solo in tale zona.

Contrariamente agli altri riconoscimenti europei (DOP e IGP), il marchio STG garantisce solo la ricetta tipica o il metodo di produzione tradizionale di un determinato prodotto, ma senza un vincolo di appartenenza territoriale: ciò significa che il prodotto STG può essere preparato in un qualsiasi paese dell’Unione europea, a patto che la produzione rispetti il relativo disciplinare e sia certificata da un organismo di controllo accreditato.

 

La recente normativa sulla provenienza 

Chiara la carrellata? Allora torniamo a noi e al problema della recente normativa.

Stavamo dicendo che bisogna riportare in etichetta la provenienza del prodotto. Ad eccezione dei marchi registrati, cioè quelli di cui abbiamo appena parlato.

Cosa vuol dire? Se è il marchio stesso di un prodotto a richiamare l’origine, non vi è alcun obbligo di dichiarare la provenienza dell’ingrediente primario, persino se questa è diversa da quella evocata dal marchio.

Come visto prima i marchi elencati presentano delle criticità e lascia perplessi sia i consumatori che i produttori che vogliono trasmettere l’autenticità del Made in Italy.

Con l’entrata in vigore di questo Regolamento decadono, in teoria, i decreti italiani che da un paio d’anni prevedono l’indicazione di origine della materia prima per latte e derivati, riso, grano duro della pasta e per i derivati del pomodoro. Si trattava di decreti che il nostro Paese aveva introdotto in via sperimentale con scadenza al 31 marzo 2020, in attesa che anche l’Europa si muovesse sulla questione.

 

I decreti italiani sulla materia prima utilizzata.

 

Non troveremo più, dunque, queste indicazioni?

Nulla è ancora certo. L’Italia, che ci tiene alla qualità del proprio prodotto, ha notificato a Bruxelles la proroga del decreto fino al 31 dicembre 2021 e si dice pronta a farlo anche per gli altri decreti.

Ulteriori valutazioni sono ancora necessarie per stabilire quali alimenti dovranno riportare l’indicazione di origine: si tratta di una procedura che sarà portata avanti a livello comunitario e che richiederà certamente tempo, specie in questa situazione dove la gravità dell’emergenza sanitaria e lo stato di pandemia in atto sono primari.

Insomma, l’etichetta con l’indicazione di origine di tutti gli ingredienti non è proprio dietro l’angolo. Resta inoltre necessaria la buona informazione a riguardo: i consumatori hanno diritto di conoscere l’origine degli alimenti, ma senza essere portati a credere che questa sia l’unico elemento che determina il loro valore. L’origine, infatti, non necessariamente garantisce la qualità.

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